Ancora Dante e la sua magnanimità..

La magnanimità: un continuo confronto dell’auctor e dell’agens, tra gli intellettuali dell’Inferno.

Per comprendere la negatività della magnanimità dantesca in relazione alla ragione e alla fede, devono esser analizzati il contesto sociale e l’epoca di Dante, riassunti nella Divina Commedia. Il Medio evo in se, é fondato sui secoli della trascendenza: tutto si lega all’esperienza sensibile, di cui base é la teologia filosofica. Non é concepibile nella società, l’idea dei grandi uomini come Ulisse e Farinata, poiché vi é confusione tra filosofia e teologia, sciolte nella dottrina cristiana: la grandezza era posta nella povertà, nell’astinenza, nell’ubbidienza, nell’umiltà ; la vera azione era nella preghiera e nella contemplazione […] su questo concetto è fondata la Divina Commedia (De Sanctis).

1. La necessità di sapienza, ragione e i suoi limiti: distinzione tra filosofia e teologia.

La sapienza, la ragione o intelletto, la voglia di conoscenza e la sua ricerca costante, sono tutti concetti concepiti dallo spirito greco ed ellenico, dunque dai “pagani” filosofi-scienziati, pericolo cronico della Chiesa fin dalle sue origini. La paura della sapienza collettiva e della perdita del potere cristiano sulla massa, che avrebbe escluso la necessità della verità limitata e concessa solamente da Dio, ha sempre infastidito il corpo ecclesiastico fino ad arrivare perfino nel 415 all’omicidio della filosofa alessandrina Hypatia, ultima martire del libero pensiero dell’antichità, la quale avrebbe acceso la ragione nelle menti umane concedendoli la conoscenza.

I primi accenni sulla ragione, sul suo uso, e sulla ricerca filosofica, si ritrovano nel banchetto del Convivio (1304-1307) opera filosofica, in cui il desiderio della scienza distingue, proprio come dirà Ulisse, gli uomini dai bruti: installando un rapporto basato sulla distinzione della ragione, la parte più nobile e misura, che rende l’uomo umano, e lo differenzia dall’animale dotato di istinto. Come dice Aristotele « vivere è l’essere dei viventi », ma si può vivere in modi differenti e preferire di soddisfare bisogni altrettanto diversi: l’uomo resta pur sempre un animale sociale, ed é attraverso l’uso della ragione e il suo sviluppo, che diventa divino animale. E’ in questo passo significativo, che la ragione, o meglio la filosofia diventa l’unico strumento in grado di elevare l’uomo dalla condizione di bestia, assumendo un valore neutro ma positivo, necessario a influenzare la riflessione dantesca, e a liberare la filosofia dalla dottrina cristiana.

Se nei primi tre libri del Convivio, l’amore per la filosofia sembrava esser indirizzato sulla scia dell’aristotelismo radicale, anche se la filosofia aristotelica dell’Etica Nicomachea é sufficiente a saziare solo l’incessante ricerca della verità: é nel IV trattato, che emerge la parte “teologica” per quanto concerne il folle volo (paradossalmente e dialetticamente, il razionale volo) di Ulisse, conferma del desiderio naturale, perfettamente nobile e legittimo nell’uomo del sapere.

Per quanto riguarda il pensiero teologico dantesco, nonostante la sua ricca conoscenza della cultura classica, moderna, araba, e lo studio della filosofia degli antichi greci e arabi come Aristotele e Averroé: Dante segue la teologia per tutte le sue questioni pertinenti, e alquanto delicate sulla figura divina, unica a “illuminare” la mente umana, nella quale il desiderio di conoscere è limitato a ciò che è dato conoscere.

2. Alle origini dello sviluppo della magnanimità: contraddizione tra ragione e fede.

Analizzando il De Monarchia, opera politica laicissima si ritroverà la prima contraddizione, nel corpo di un disegno razionalista assolutamente rivoluzionario: Dante attua la separazione della Chiesa e dell’Impero presupponendo necessariamente, la separazione della teologia e della filosofia, per cui la sapienza cristiana viene scissa a metà. La ragione in quest’opera perde il suo valore dottrinale, per sostituirsi allo strumento per la conoscenza collettiva: divenendone l’unità, la società in se, ed é attraverso questa sapienza condivisa da tutti, che può attuarsi una politica e una vita sociale migliore, mirata alla felicità terrena e spirituale.

In questo compito ambizioso, il raggiungimento della felicità terrena (obiettivo assolto dall’imperatore) e la previsione della monarchia universale, specchio degli antichi splendori della Roma imperiale: rappresenta un distacco dai principi religiosi, poiché l’ideologia della politica dantesca nel De monarchia, offre esplicitamente l’elogio di Roma e della sua storia, che reca già in sé qualcosa di divino.

La Chiesa in questo contesto (considerando anche la scelta politica dantesca), é vista in una prospettiva negativa, sottolineata dallo zelo verso il potere: pertanto sono le conseguenze dei mali di questa istituzione come la simonia, la vendita delle indulgenze, e l’accusa della scarsa conoscenza nei chierici, a portare Dante alla scelta della giusta punizione, illuminando sotto un’ottica sarcastica anche l’uso che ne fa l’autore della credenza dei tre regni dell’oltretomba, instillata dagli stessi cristiani.

Così incontriamo personaggi di carica religiosa aggiunti ai malevoli dell’Inferno, senza dimenticare, che la collocazione dantesca gioca un doppio significato: poiché sono compresi gli intellettuali liberi che hanno rivolto polemiche contro l’ortodossia della teologia cattolica, e gli uomini di Chiesa che hanno commesso i loro errori nei confronti della conoscenza, come l’ignoranza, l’uso scorretto, o l’offesa subita nei confronti dalla sapienza. Cosicché il poeta attraverso l’auctor non darà un giudizio positivo propenso solo ai cristiani o solo agli intellettuali laici, giudicherà a seconda dell’invettiva oltraggiosa commessa.

Dunque alla base della magnanimità, principalmente Dante pone il problema della distinzione tra ragione (filosofia) e fede (teologia), costante in tutta la Commedia: l’aggettivo non può nascere che dal pensiero aristotelico trattato nel Convivio, in seguito definito unione conflittuale, pur sempre ambiguo, tra il concetto cristiano umile, e il concetto antico di grandezza “pagano”. Il risultato sembrerà la fusione degli opposti dei concetti tipici dell’amore per la sapienza e dello studio di Dio.

Dante anche all’interno di questo aggettivo ne distingue la positività e la negatività nei confronti del cattolicesimo e dell’aristotelismo, e sembrerà contraddittorio, perché offrirà sempre due diverse prospettive nella sua opera, permesse dall’auctor e dall’agens: le quali entrambe non escluderanno mai il mito della paganità dei grandi idoli della conoscenza, perfettamente in linea con la cultura laica che contraddice la prospettiva religiosa.

L’obiettivo di Dante contenuto nell’opera, é quello di specificare e ordinare, nella macro confusione politica, la micro confusione della stessa importanza fra filosofia e teologia, affinché l’umanità riesca a uscire dalla crisi morale e sociale.

Partendo da questo presupposto, inizia il viaggio di Dante tra le nobili figure, che s’innalzano sui piedistalli dell’Inferno: Farinata degli Uberti, e Ulisse.

3. La condanna morale della mistificazione dell’intelligenza: Farinata degli Uberti e Ulisse

Tra le tombe scoperchiate e piene di fiamme della pianura della città di Dite: avviene l’incontro tanto atteso di Dante con Farinata degli Uberti, che si apre all’interno del decimo canto dell’Inferno. Egli s’innalza dalla tomba, e superbo si erge dritto, fiero e sicuro di se, si mostra dalla cinta in su:”el s’ergea col petto e con la fronte/ come avesse l’inferno in gran dispitto”. Degli Uberti in questo caso non é dannato per un peccato, é semplicemente classificato epicureo.

La maestosa personalità carismatica di Farinata si eleva nell’immaginazione del poeta con una forza ed una grandezza morale, da esser ammirato non da un Dante spirituale e simbolico, bensì da “un Dante di carne e ossa, il cittadino di Firenze, che ammira il gran cittadino della passata generazione, e rimane come annichilito dinanzi a tanta straordinaria grandezza.” (De Sanctis); mentre l’Inferno sembra perder importanza, scomparire, “é la base e il suo piedistallo sui cui si erge”. Legato dall’Aristotelismo radicale, é un uomo predominato dall’orgoglio e dalla superbia intellettuale, mentre sottovaluta valori come la fede e l’umiltà. Farinata essendo ghibellino, prova disguido nella giustizia del sistema punitivo divino, e continua a ribellarsi nei confronti della politica fiorentina, senza dar importanza alla sua punizione infernale, protendendosi verso il futuro già intuito: é un personaggio superbo, razionale, e deciso, che pone la ragione al di sopra di ogni cosa. Dante in un certo senso incarna in se Farinata, poiché le affinità sono tante come:

la tristezza, l’angoscia, l’umiliazione dell’esilio, sono conosciute da entrambi e per entrambi questa infausta tappa della personale esistenza, causa un dramma, che è familiare ancor prima che politico.

All’interno di questo incontro, ciò che stupisce é l’atteggiamento di Dante, il quale in un momento provocatorio pone in particolare rilievo la sua virtù: é un cambio radicale, proprio nella risposta alla tenzone dal riso amaro nei versi 49/51.  All’origine di questa risposta, vi é la critica posta da Farinata sul duplice esilio della famiglia di Dante nel 1248 e nel 1251, per mano dei ghibellini: <<S’ei fur cacciati, ei tornr d’ogne parte. L’una e l’altra fiata; ma i vostri non appreser ben quell’arte>>. Con queste parole, Dante stesso sembra ergersi pari all’altezza di Farinata, difendendo l’onore della propria famiglia con coraggio e orgoglio, pur sempre restando umile senza oltrepassare i propri limiti.

Il rapporto della magnanimità, qui é visto in una prospettiva negativa, per quanto concerne la visione stessa del mondo attraverso gli occhi di Farinata, uomo superbo, d’intelletto acuto e soprattutto epicureo: la giusta concezione della virtù, é il giusto mezzo tra umiltà e grandezza, e in questo contesto si esprime perfettamente.

Riflettendo su questo aggettivo “magnanimo”, si riscontra un doppio significato, sempre positivo nei due ambiti distinti visto attraverso l’analisi di Maria Corti: nell’Aristotelismo radicale la magnanimità é una virtù mai associata all’umiltà, mentre secondo i modelli scolastico, tomistico e francescano, essa non é virtù se associata all’umiltà che di conseguenza include morale e fede, importanti elementi del mondo cristiano medievale.

Come voce dell’intera Commedia (anticipata fin dal secondo canto), é il tema allegorico del viaggio paragonato ad un viaggio per mare proprio come quello di Ulisse, che porta il pellegrino a riflettere, e ad un continuo confronto con se stesso e con i personaggi che incontra, prendendo parte della loro analisi introspettiva. In ogni incontro significativo risiede parte del carattere dantesco, unito dalle sfaccettature della sua magnanimità, che discorre dal passato al futuro, fino alla conclusione dell’opera: completando così il viaggio spirituale, ma illusorio come uscita dalla crisi intellettuale dell’individuo e della sua società.

Il canto XXVI dell’Inferno, é il canto per eccellenza dedicato alla speculazione del viaggio dantesco con il folle viaggio del greco Ulisse, definito da Maria Corti, un’alterità radicale al percorso oltremondano del fiorentino. In queste terzine domina il tema dell’itinerario letterario e morale dell’ingegno-navicella di Dante, che senza dubbio rappresenta nella Commedia, i remi della concessione provvidenziale che attraversa i tre regni: Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Lo scenario dell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, é una distesa di lingue di fuoco, ognuna delle quali avvolge l’anima dei consiglieri fraudolenti, e l’agens osservando meglio il fondo della bolgia, scorge un’unica fiamma distinta in due punte: questa fiamma biforcuta non appartiene ai fratelli tebani, Etéocle e Polinice, che si odiarono oltre all’unione della loro stessa morte, ma ai due più celebri eroi del mondo greco, Ulisse “scelerum e hortator inventor” pagano dell’Illiade virgilliana e Diomede. Sono puniti insieme per la loro complicità, e legati dalla vendetta, come la macchinazione del cavallo di Troia, dall’astuzia per la frode nei confronti di Achille a Sciro, e nei confronti di Deidamia: e uniti dalla stessa ira, come l’episodio del rapimento della statua protettrice di Atena Pallade nella città di Troia.

Così Dante c’introduce nella storia del greco di Omero, tra fiamme di luce e di peccati.

Qui, la figura immortale di Ulisse definito da De Sanctis “il grand’uomo solitario di Malebolge”, domina le note del viaggio sulle ali della volontà e dell’orgoglio verso la canoscenza: é l’uomo vinto da quell’ardore, da quella voglia smodata del sapere, che lo spinse alla morte insieme ai suoi compagni fra le acque del “non plus ultra”.

E’ “Una piramide piantata in mezzo al fango”(De Sanctis), uno dei monumenti più ammirati e immutati nell’Inferno, la sua immagine non é sfigurata come le altre, solamente avvolta dalle fiamme; mentre la sua grandezza si conserva solo in questo regno, posto in parte indegno secondo la contraddittorietà di Dante. La scelta di questa posizione tra i fraudolenti, forse può esser attribuita all’organizzazione di Ulisse dell’agguato contro Troia, radice dell’impero sacro romano, base del pensiero del De monarchia (1313-1318). Il vero motivo é l’assenza della concezione umanista, ostacolo nella società contemporanea che non é pronta moralmente per il passaggio dell’asse centrale dalla Chiesa all’uomo, siamo nei secolo in cui il potere cristiano si sta consolidando insieme alla sua dottrina, siamo tra i guelfi neri e i nuovi ghibellini del Comune di Firenze (1304-1308 anni della stesura dedicata all’Inferno).

La poesia ugualmente “alza una statua a questo precursore di Colombo, che indica col braccio nuovi mari e nuovi mondi” (De Sanctis), é un personaggio che si erge maestoso, per la sua passione di conoscere il mondo: alla sanzione dell’infrazione dei fondamenti divini, si contrappone l’esaltazione eroica dell’Ulisse del mondo pagano omerico, che anela alla conoscenza oltre le Colonne d’Ercole diventando misura, e muore restando fedele ai propri principi morali e alla sua dignità umana; mentre rappresenta l’antieroe del mondo cristiano medievale, poiché opera senza la concessione provvidenziale di Dio, andando in contro alla punizione divina, restando dannato per il suo peccato di sfida.

Un aspetto importante che incide l’atteggiamento dell’agens, durante la contemplazione di tale personaggio sarà la pietà, la quale grazie all’eroicizzazione di Ulisse, é concessa d’esser provata dal poeta, a differenza del teologo che condanna per il peccato commesso: ma la pietà é un elemento corrosivo di per sé, poiché si prova pietà per una condizione infelice, che appare eccessiva rispetto alle azioni compiute.

L’antitesi dell’eroe pio dell’Eneide virgiliana, é uno dei protagonisti più discussi all’interno dell’opera, figura del naufragio e del peccatore d’altezza d’ingegno: é l’esatto “doppio opposto” di Dante o semplicemente “doppio negativo”, in quanto assume i tratti cristiani all’interno dell’autore e contiene “pure un po’ dell’audacia di Dante, che gli mette in bocca nobili parole, e ti fa sentire quell’ardente curiosità del sapere che invadeva i contemporanei.”(De Sanctis)

La personalità di Dante si sdoppia in due, permettendoci di distinguere l’auctor e l’agens: “Dante ascetico e teologo e l’altro Dante: il partigiano, l’esule, lo sdegnoso e vendicativo Dante, tutto umano e carnale.” (De Sanctis). 

Il ”doppio opposto o doppio negativo” s’identifica nella differenza sostanziale del personaggio nel presente, che si guarda bene da Ulisse (secondo l’interpretazione teologica), dal suo peccato che Dante stesso avrebbe potuto commettere per amore d’ingegno, e dal suo essersi condizionato dalla superbia intellettuale e dall’infinita volontà di appagare la propria conoscenza: qui s’incentra il tema della magnanimità negativa del naufrago e di quella positiva e correttiva durante il lungo percorso simbolico dell’autore verso Dio, grazie a Virgilio e Beatrice.

Nel finale tragico del naufragio di Ulisse (metafora dell’allontanamento dalla fede), il desiderio di varcare il limite dell’impossibile, fino a saziare l’ingegno: si realizza l’esempio pedagogico cristiano, che serve al fine di tener a bada l’intelletto, o almeno a porlo sotto la guida della virtù cristiana, l’umiltà. Ciò che ebbe bisogno il re di Itaca in quanto pagano, fu la magnanimità, quella forza capace di reindirizzare il desiderio a ciò che é giusto che esso desideri.

Anche nella morte di Ulisse, ritroveremo una salutare espiazione filosofica, la morte come finzione letteraria rimuove l’idea della morte (quella cristiana, dell’anima) dell’autore; e nel suo non ritorno si realizzerà il ritorno di Dante ostacolato dalla montagna, che solo la poesia gli permetterà di affrontare proprio come nel mito di Ulisse.

Scegliendo il greco Ulisse, Dante ha designato un prototipo ideale di cultura e di desiderio di sapere, di matrice laica e classica, ponendo le basi, anche se non mancano elementi di contraddittorietà, per la rinascita del pensiero razionale.

4. La magnanimità

In conclusione, l’evoluzione del pensiero dantesco può essere intravisto, come l’abbandono graduale e l’allontanamento dalla quinta virtù moderatrice e acquisitrice dei grandi onori e fama, presso l’etica Nicomachea di Aristotele, citata nel Convivio IV libro (1304-1308): per avvicinarsi al concetto cristiano fuso con quello filosofico. Dalla sopravvalutazione del proprio essere nel campo delle conoscenze e degli oggetti, fino ad un atteggiamento etico positivo: dalla paura e dalla viltà provata da Dante all’inizio della Divina Commedia, fino all’umiltà e alla fede. E’ una continua metamorfosi, una crescita che pone l’autore al confronto con i grandi personaggi, e volge termine alla fine del suo percorso.

Non é da escludere l’interpretazione in chiave religiosa di questo aggettivo, e in quello laico, anche se l’autore non ci fornisce mai esplicitamente la sua singola interpretazione, pertanto dipende della relatività dell’individuo intento a modellarlo a seconda del suo orientamento religioso o laico.

Per questo motivo la magnanimità dantesca é simile a quella dei due personaggi: nel caso della realizzazione dell’orgoglio, del coraggio e della ragione, mentre per la visione cristiana si distacca per l’aggiunta dell’umiltà, della fede e della morale, necessarie per moderare l’uomo.

D’altronde se la dottrina cristiana riflette sempre sul nesso necessario tra ragione e fede, la risposta di Dante sulla definizione di questo solo concetto, é abbastanza soddisfacente, e pertinente ai canoni alla dottrina cristiana. Considerando l’obiettivo dell’autore, quello di rappresentare il mondo non del singolo, ma del collettivo, poiché la sua epoca avvolta dal cattolicesimo non aveva molta considerazione degli intellettuali eretici, in quanto definiti tali, erano nemici stretti nella mani del potere della Chiesa.

Se in Dante traballava la definizione di questa virtù molto ambigua, e indecisa: le attribuirà valori negativi nei confronti degli uomini nobili all’interno dell’Inferno secondo il pensiero cristiano, mentre come giusto sia, la connotazione positiva sarà applicata a uomini con valori puramente cristiani. Invece nell’Aristotelismo radicale, la magnanimità non si congiungerà mai con l’umiltà: ed ecco la relatività e la scissione della filosofia e della teologia.

Infine l’apparenza di un’evoluzione intellettuale, e di conseguenza del concetto magnanimo, può esser confutata dall’analisi di Maria Corti: “Si può abbandonare l’idea di un’evoluzione intellettuale che avrebbe condotto Dante da una prima fase di filosofismo radicale a una seconda contraddistinta da un pensiero religioso  e ortodosso, nonché l’ipotesi di un Dante che avrebbe ricusato l’ideale filosofico ereditato dall’aristotelismo.”

 

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