Racconto cap 3: Our lives are made up of simple things

Si risvegliò di soprassalto confusa, la fronte imperlata di sudore e le pupille dilatate, ancora riecheggiava quella voce a distanza d’anni. Sua madre, una donna sui cinquanta, avvolta in una veste rosa di cotone che lasciava intravedere una figura snella e ben mantenuta, entrò nella stanza per chiedere alla figlia di scendere per la colazione. La figlia notò per la prima volta dopo tanto tempo, la maschera della madre; le rughe le marcavano il sorriso e qualche linea sulla fronte e agli angoli degli occhi, si nascondeva grazie alla frangia e ai capelli che scendevano ai lati. Le mani ossute attraversate dalle vene, pulsanti e ben visibili, erano le mani di una donna coraggiosa, capace di costruirsi una vita lontano da un passato e dai rapporti famigliari. Gli occhi grigi come il mare in tempesta, a volte blu profondo come l’oceano, erano colmi di tristezza e stanchezza. Sotto quel corpo o meglio involucro come lo definiva, c’era l’anima di una donna laureata, decisa e combattiva, ma allo stesso tempo piena di amore. Ella si schiarì la voce:

“Té o caffè?”.

“Caffè”. Rispose la figlia.

La madre un’po’ stanca e assonnata si allontanò, chiudendosi con attenzione la porta dietro le spalle.

Si rannicchiò sotto le coperte tirandosele fino al petto, come da bambina. Raccolse le gambe sotto un unico abbraccio delle sue mani, vi appoggiò sopra il mento e puntò lo sguardo verso la finestra dietro la quale, le gocce scivolavano lente sul vetro come lacrime di mare. Si concentrò ad ascoltare attentamente lo scroscio della pioggia, che si abbatteva sulla costa, e pensò a come poteva la felicità disgregarsi in un attimo, e l‘acqua potesse lavare ogni traccia, cancellare i passi e le scelte di qualcuno, ingannando l’uomo.

Il rumore ininterrotto delle lancette, che si spostavano di secondo in secondo, interruppe il suo flusso di pensieri, e come un’onda il loro eco espanse il vuoto nella stanza.

Cercando con lo sguardo la provenienza del ticchettio, trovò il vecchio orologio vicino alla foto scattata durante la loro gita in montagna. Si alzò dal letto, e a piedi scalzi attraversò la stanza fino ad arrivare alla scrivania di mogano. La cornice racchiudeva la foto di quattro figure di fronte ad una cascata nella stagione calda: la madre con gli occhiali da sole e i capelli castani raccolti in una coda, abbracciava teneramente le proprie figlie sorridenti, con i capi nascosti sotto due identiche bandane bianche, dalle quali spuntavano dei boccoli color miele.Erano chinate ad abbracciare Lana il loro Labrador color grano, con i sorrisi divertiti, le guance punteggiate da lievi lentiggini, e gli occhi blu rivolti verso l’obiettivo della fotocamera.

Erano felici, inseparabili, unite. Sorrise con rimpianto, allontanò la cornice dalle mani appoggiandola sulla scrivania, con una serenità seguita da un sospiro di tristezza.

Guardò il vecchio cassetto dei ricordi, ma il pensiero si allontanò dalla mente per ricongiungersi con il tempo, doveva scendere in cucina.

Prese dall’armadio di betulla la spessa veste di cotone color panna ripiegata con cura e la indossò, mise i piedi nelle pantofole ed uscì dalla stanza chiudendo lentamente la porta:  lasciando con dispiacere la propria stanza con i rinvenuti momenti del passato. Scese piano le scale scricchiolanti, appoggiando il palmo sinistro sullo scorrimano. Attraversò la sala ed entrò in cucina, dove le narici furono invase dal profumo del caffè e del tè alla menta. Prese posto al piccolo tavolo di acero e impugnò il manico della tazza, l’aroma era irresistibile. “Per quanto resti”? La interruppe la madre, intenta a versarsi il té nella tazza. “Beh, per un mese.. Ho passati tutti gli esami per questa sessione, un mese di libertà dopo tutte quelle ore passate sui libri, ci voleva..”

“Oh, giusto. Scusami bambina mia, me ne sono scordata. ” Sorrise la madre avvicinandosi al tavolo, e sedendosi di fronte a lei.

Al ricordo dei libri, dell’Università di Psicologia, le venne in mente un appuntamento lasciato in sospeso.

“A proposito di Università, studio e amici, hai qualcuno da presentarmi?” Chiede Ella avvicinando la tazza di tè fumante alla menta alle labbra.

“No, mamma. Lo sai come sono, non sono brava con gli appuntamenti, e poi non ho tempo per queste cose.. Se proprio vuoi saperlo, si qualcuno, c’era.

“Perché “c’era?” Cos’é successo? Ti ha delusa?”

“No, sono io ad averlo fatto, gli ho dato buca all’appuntamento quando stavo per partire. Certo, mi dispiace, e infatti l’avevo chiamato per dirglielo, ma credo di essermi bruciata l’ultima occasione. E’ carino, simpatico, dolce, timido, gentile e intelligente con una bella cotta per me fin dal primo anno di Università, ma non credo di essere la persona adatta a lui.”

“Cosa ti blocca?” Chiese Ella in tono gentile, sciogliendo la solida maschera della figlia.

Valerie rimase in silenzio, non sapeva se aveva il coraggio di pronunciare quel nome, che avrebbe risuonato  a lungo nella casa, come un doloroso eco. Fissò lo sguardo sul caffè, un oscuro pozzo profondo ricoperto in superficie da spiragli beige. Sospirò e pronunciò con voce tremante.

“Hannah”. Il nome bastò a far traboccare il vaso delle proprie emozioni. Le tiepide lacrime iniziarono a scenderle sul volto seguendo la morbida curva degli zigomi fino alle labbra rosso fragola.

“Ho paura di poter commettere lo stesso sbaglio, ho paura di abbandonare, di spezzare il cuore. Non voglio che succeda un’altra volta. So che é passato tanto tempo, ma.. La voce si bloccò, il resto delle parole le morirono in bocca.

La madre la guardò in volto e si affrettò ad abbracciarla, e a consolarla.

“Valerie, lo sai che non é stata colpa tua, nessuno ti ha mai accusata.”

“Lo so, mamma, ma io ero lì con lei. Ero sua sorella, la sua metà identica.” Ella le accarezza i lunghi capelli setosi color miele, e la stringe a sé.

“Sai, nemmeno io l’ho dimenticata, per quanto mi sforzi di mantenere la mia immagine intatta, la penso ogni volta, e il suo ricordo mi divora l’anima. Ogni tanto apro gli album delle vostre foto, e vengo assalita da numerosi ricordi. A volte non riesco a smettere di piangere per giorni, la depressione mi assale, e ancor di più mi addolora quando guardo una persona identica a lei, ma non é lei, é solo una copia di ciò che avrebbe potuto essere.”

“Quando una madre perde una figlia, perde una parte di sé. Quando una gemella perde la propria sorella, perde il legame, perde la parte complementare di sé.”

“Mi manca tanto. Vorrei che fosse viva. Me la immagino accanto a me, ogni volta che qualcosa mi riporta a lei. Cosa direbbe, cosa farebbe.”

“Valerie, é il momento di vivere e abbandonare il passato, per quanto doloroso sia. Io sto invecchiando, le mie scelte le ho fatte, ho vissuto la mia vita. Tu sei giovane, devi costruirti un futuro, una carriera, una vita e se vorrai una famiglia. Devi relazionarti liberamente con gli altri, non puoi vivere come me, rinchiudendoti in una sfera di dolore vivendola come un martire, non sei nata per questo. Sei nata come tua sorella, per amore, per la felicità; la vostra nascita mi ha portato a prendere le scelte più difficili per il vostro bene e anche per il mio, una nuova vita, una nuova occasione.”

Ella la guardò negli occhi quando le sue stesse parole la commossero. La figlia ricambiò la compassione con un forte abbraccio rassicurante.

Il pomeriggio attendeva una giornata serena, e il tempo sembrava infinito. Nelle ore mattutine Valerie disfece la valigia, riempiendo il vecchio armadio di vestiti e la piccola biblioteca di alcuni libri, che aveva portato con sé per sottrarsi dalla pigrizia. Con ordine e cura rianimò in poco tempo la stanza, e in seguito decise di visitare Seatown. Fece un bagno, si asciugò i capelli  senza lisciare i boccoli, si mise un pullover beige, un paio di blue jeans, un giaccone invernale, un paio di stivali, si avvolse la sciarpa intorno al collo, e infine si diresse verso la volksvagen metallizzata di sua madre. Allontanandosi dalla casa, si accorse del suo aspetto curato, una piccola dimora discreta, ma ben tenuta nonostante l’umidità e il vento.

La casa era stata costruita su progetto della madre, muri color bianco greco, finestre classiche con traversi, sul fronte una piccola terrazza sostenuta da due colonne ioniche avvolte dall’edera, un tetto a forma triangolare con le pareti ai lati trasparenti, un mini portico con la tipica porta di faggio. Un giardino in fiore con salici, ciliegi, meli e peri circondava la casa, avvolgendola in una finta atmosfera famigliare.

Una volta era un’abitazione in continuo cambiamento, dinamica come le ragazze che l’aiutavano a migliorare e si divertivano, ora aleggiava un senso di vuoto. Valerie rimase ancora per qualche istante a contemplare in silenzio la tristezza della casa, delle voci, delle stanze illuminate, delle risate. Si voltò verso la macchina, aprì la portiera inserì la chiave, girò e fece partire il meccanismo. In pochi secondi uscì dal viale ghiaioso e si diresse verso il paesino, lasciandosi il cancello alle spalle.

Il piccolo villaggio sul porto non aveva subito una grande evoluzione. Le piccole botteghe, ristoranti, bar, pub, e pescherecci erano rimasti più o meno gli stessi, a parte qualche nuovo ristorante aggiunto di recente, e un piccolo supermercato. Decise di dividere le compere per preparare qualcosa di buono, riportando un’atmosfera più sostenibile. Prese dal peschereccio dei gamberi, e delle aringhe. Nel supermercato comprò gli alimenti che mancavano da tempo in casa, e che non vedeva l’ora di includere nelle sue deliziose creazioni.  Il costo sullo scontrino tradì le sue aspettative, ma d’altronde cosa voleva di più, era un piccolo paesino e le forniture arrivavano per miracolo a Seatown.

Erano ormai le sei quando finì tutte le sue commissioni. Percorse le piccole vie di pietra tra le case, mentre l’umidità marina s’innalzava verso il cielo cupo, ma ancora illuminato dalle chiazze luminose del tramonto purpureo. Scendendo una via, si accorse con stupore della piccola libreria dello zio Mark Taylor, la piccola fonte di cultura presso Seatown. Una volta era uno dei luoghi misteriosi e accoglienti, in cui lei e sua sorella trascorrevano del tempo nelle giornate piovose; intente a leggere qualche struggente storia tempestosa o romantica e a divorare qualche biscotto bevendo della cioccolata, e ridendo sotto i baffi e a volte arrossendo. Lo zio Mark era stato per lei e per Hannah una sorta di secondo padre, si era preso cura di loro, di sua sorella Ella e le aveva aiutate a costruire la casa e una vita.

Non poté non entrare, in fondo era ancora attratta come un magnete da quella libreria, e dopo tutto non vedeva Mark da un bel po’ di tempo. Spinse la porta che risuonò con un tintinnio, e rimase meravigliata nel vedere l’assenza dello zio, ma il suo sostituto. I loro sguardi s’incontrarono, il ragazzo seduto al banco era Nick.

By myself

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Una risposta a “Racconto cap 3: Our lives are made up of simple things

  1. Hola amiga mía. Lo primero que quiero decirte es que he leído este capitulo con el traductor de Google y algunas de las partes del relato se me han difuminado un tanto pero esto no evita el hecho de que haya sido una delicia dejarse llevar por tus descripciones; me gusta que un escritor me deje “ver” las cosas en mi mente con facilidad y a ti se te da muy bien producir imágenes muy vívidas.
    Me han gustado muchas cosas, pero sobre todo tu pasión por el mar y por la lluvia, hay un párrafo que es muy bello: “ojos grises como el gris de la tormenta”, es una descripción poética que le da mucha fuerza al relato.
    Yo también suelo asociar la lluvia en la ventana como algo que devora mi alegría causándome una incierta melancolía que, en el fondo, reconozco que me gusta.
    Los demás: tu manera de describir la habitación, los libros, el empedrado de la calle: es fascinante.
    Pero hay dos cosas que son las que más me ha gustado: cuando dices que el nombre de una persona te rompe el vaso de las emociones; me ha parecido algo muy paralelo a la manera que tengo de entender la prosa poética; por otro lado cuando demuestras un miedo al amor es cuando más me he identificado con tu relato.
    Me ha encantado y, cuando algo es bello, el idioma no importa.
    Un saludo, amiga mía.

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