Romanticismo e Schopenhauer: Due concezioni contraddistinte, e risentite più che mai nella giovinezza e nella vita del XXI secolo.

Le temps s'ecoule

Tutti risentono del passare del tempo, non esiste persona che non comprenda la situazione umana in sé. Peccato che non esista un inno, che sappia incitare tutti a sforzarsi e a sfruttare la propria esistenza, così come non esiste una conoscenza uniforme in tutte le menti umane, ma la storia si ripete insieme ai suoi stati d’animo che conserviamo nella nostra coscienza internazionale e come afferma Schopenhauer la storia é: “solo il manifestarsi dell’inesausta volontà di vivere che recita sempre la stessa tragedia o commedia, anche se i personaggi, o meglio le comparse, cambiano”. 

Come sappiamo l’Illuminismo, quel lume che ha rischiarato le tenebre dell’ignoranza e della superstizione, si concluse proprio con l’impossibilità di edificare della ragione stessa, sfociando nella tanto attesa Rivoluzione francese (1789). In questo nuovo secolo, inaugurato da quelle idee che hanno segnato e cambiato il corso della storia insieme a nuove concezioni, le stesse che hanno contribuito a plasmare questo mondo: sorse un movimento che rivendicò l’irrazionalismo e la spontaneità dello spirito umano, esaltati dall’immediatezza e dalla potenza del sentimento, libertà oltre ogni limite, esaltazione estetica e storica della religione, e senso storico da cui la nascita della coscienza nazionale.

Romanticismo: creatività, libertà, vita attiva.

Questo vasto e profondo movimento, é stata una reazione della filosofia della vita alla filosofia critica illuministica della ragione, sorretta dai caratteri dello Storicismo e dell’attività creatrice dello spirito umano. Comparsa negli ultimi anni del ‘700, e fiorita nel ‘800, ha lasciato i suoi motivi in tutta la storia dell’umanità, rappresentando un momento perenne della vita dello spirito: “epoca romantica o classica” é l’espressione di questa corrente artistica e filosofica. Ha visto i suoi primi segni in Rousseau, in Kant, in Germania, in Francia, eppure é da considerarsi un movimento tipicamente tedesco.

Il Romanticismo vede già nella vita il vuoto, ma non lo afferma, lo cela, invitando con entusiasmo l’uomo a riempire la sua esistenza di estetismo fisico e morale:  il Romanticismo é un inno alla libertà politica, della patria, della bellezza artistica e morale, che celebra la libertà interiore dello spirito e della sua espressione, insieme all’irrazionalità nella vita. Lo spirito del romantico é attivo, e vede sollievo e fiducia nell’abbandono ad una vita ricca di iniziative. L’uomo é spirito libero e creatore della propria esistenza, “il piccolo dio”, é l’Io egocentrico, che “costruisce” la realtà attraverso la filosofia e la scienza, che crea la morale (libertà e bene), che “inventa” la vita, la sua e quella della natura con l’arte, espressione di bellezza e armonia del divino che immanente nel mondo, ne fa zampillare la vita infinita e molteplice: si esalta, crea la realtà, non ha limiti se non quelli posti dal pensiero stesso e da esso superato, l’Io é il mondo e Dio.

A questo punto qual maggior desiderio può esservi nell’individuo, se non quello di realizzare l’impossibile, oltre ogni sforzo? Uscir fuori dalla realtà, librarsi nel sogno, nel libero gioco della fantasia, attuare la libertà pura, la realizzazione dell’Assoluto nel mondo e soprattutto nell’uomo dove l’Assoluto stesso acquista coscienza. Questa evasione attuata per oltrepassare l’impossibile é tentata in tutte le forme, ma la sua incompiutezza lascia scontento, inquieto e insoddisfatto l’uomo, lasciando come unica soluzione conforme a questa corrente l’ironia, la coscienza dell’infelice: l’ironia che distrugge col riso celando il pianto, che esprime l’impossibilità di vedere concentrato l’infinito non solo in ogni cosa finita, anche nel sentimento o nella ragione.

Non basta la sfida dell’impossibile all’uomo, vuole l’infinito percepito come immortalità, ma essendo immerso in un mondo sensibile il sogno, la libertà, lo spirito e la natura sono finiti in quanto umanizzati, copie di un altro mondo. Posto questo ostacolo l’uomo cerca di protendersi, di evadere verso l’infinito, ma senza riuscire pienamente a rimaner fuori dalla realtà, il suo é un tentativo consapevole: osare l’impossibile pur sapendo che é esso destinato alla sconfitta. Il fine a cui l’uomo tende é la proiezione verso l’infinito, e l’obiettivo del Romanticismo é proprio quello  di annullare i limiti dell’uomo, e risolvergli nell’infinito attraverso il sentimento come arte, e la ragione come filosofia: la sua potenza creatrice é condannata ad ugual modo ad esaurirsi dentro la natura, unico limite indipendente dall’uomo; ma come essere finito potrà perpetuarsi nell’infinito solo attraverso le idee che resteranno per sempre eterne ed immortali.

Dunque ciò che manca all’uomo moderno si ritrova in questo movimento ottocentesco semplice e chiaro: é l’entusiasmo di proiettarsi verso l’infinito, credendo nel possibile senza limiti, ed anche se l’uomo non potrà diventare immortale, potrà esserlo solo attraverso le proprie idee eterne ed immortali e attraverso l’amore, come immortalità della bellezza, della sua espressione e del suo essere.

E la giovinezza, cos’é, se non quella tendenza che incita a cogliere, e ad immortalare la vita attraverso ciò che é arte, e vivere senza pensieri, e senza accorgersi del tempo pressante: agire, lottare, amare e viaggiare senza sofferenze, attingendo ad una vita attiva piena di idee e di progetti.

La vita è come un pendolo che oscilla tra dolore e la noia passando attraverso l’intervallo fugace del piacere.

A questo mondo si aggiunge quello pessimistico di Schopenhauer, il tipico quadro del dramma umano ricco di paura e non più di razionalità: il nostro dramma dove tutto é inganno.

Esiste solo la Volontà senza voglia, quella che spinge l’uomo a vivere senza scopo in un mondo regno di miseria, dolore e schiavitù: non può fermarsi, volere é esistere. Il volere implica un bisogno e il bisogno é dolore: la vita é dolore, e se il dolore cessa é perché si stanca di volere, la vita é noia. Il piacere é solo la soddisfazione di un bisogno. Perché allora continuiamo a vivere consapevoli che la vita é dolore e che il nostro dolore non ha scopo? Perché non siamo noi a volere, ma vuole in noi l’universale Volontà di vivere, che inventa mille artifici e mille illusioni (amore, gloria etc..) per riempire il vuoto della nostra vita e con essa il nostro egoismo.

L’uomo può liberarsi dal dolore e sottrarsi al dominio tirannico della volontà. Potremmo liberarci attraverso l’arte, che ci farà cogliere un momento del processo fuori di ogni rapporto, staccato dalla caducità, nell’eternità dell’idea: nella contemplazione ci perderemo elevandoci, al di sopra della volontà e del dolore, dello spazio e del tempo, immedesimandoci con l’infinito. Potremmo liberarci anche attraverso la musica, quella che meglio di ogni altra esprime la volontà universale, e il suo ritmo riproduce quello profondo dell’essere, fatto di cadute e lotte, di ascensioni e momenti di quiete; attraverso la giustizia, uno degli inganni con cui la volontà ci lega alla vita, attraverso la compassione con cui sentiamo nostre le sofferenze altrui, ma senza prolungarle.

L’unica via di liberazione  in cui crede Schopenhauer é l’ascesi mistica nel quale l’uomo mortifica se stesso, disprezza la vita e tutti i suoi beni fittizi, contento dell’assenza di ogni desiderio.

Preferiamo rinunciare al banchetto del piacere della vita ricco di pericoli e sofferenze, accettando la vita come eterno dolore e l’amore come procreazione di essa: o accettare la condizione umana, slegarci dalla sofferenza, e spingerci verso l’amore dell’arte come espressione universale e verso il viaggio come piacere della conoscenza? Vogliamo assumere un atteggiamento pessimistico o consapevole del vuoto totale della vita in sé, sfruttandola al meglio e cercandone gli aspetti positivi, invisibili agli occhi di chi vive solo di volontà e di miseria morale?

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